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Saggistica o narrativa? Diciamo che i capitoli dispari aspirano alla prima qualifica,
malgrado siano stati scritti in forma puramente discorsiva, e i capitoli pari alla narrativa,
non essendo altro che semplici fattarielli napoletani, alcuni vissuti veramente in prima persona
e altri raccolti dalla cronaca.
Marotta e Platone le guide funzionali del libro: Marotta per
i pezzi di colore e Platone per i dialoghi tra il professore Bellavista, nella parte di Socrate,
e alcuni suoi allievi filosofi più o meno disoccupati. Che Dio e il lettore mi perdonino il
paragone ma è chiaro che così dicendo io qui voglio alludere al genere e non alla qualità della ÇcosaÈ.
Il libro insomma, pur potendo essere letto soltanto nei suoi capitoli pari o, a seconda dellÕimpegno
messo a disposizione dal lettore, anche in quelli dispari, si presenta in pratica come un vecchio
testo di geometria dove ai teoremi enunciati seguono gli esempi dimostrativi, in modo che gli
aneddoti napoletani riportati nei capitoli pari diventino i "come volevasi dimostrare" di certe
teorie filosofiche espresse dal professore nei suoi dialoghi sull'amore e sulla libertà. |
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Raffaele esiste sul serio. Se avete voglia di incontrarlo,
provate a osservare con attenzione le persone che passeggiano da sole
la domenica mattina. [...]
Raffaele non ha un aspetto preciso.
Io l'ho immaginato bassino, calvo e con il naso grosso, ma potrebbe
essere anche diverso. Le sue caratteristiche fondamentali sono comunque
la bruttezza e la solitudine.
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Quando sono nato io mio padre aveva cinquant'anni e mia madre quarantacinque. Ho vissuto
la mia prima giovinezza a Santa Lucia, a metà strada tra il mare e il Pallonetto. [...] Oltre ai
miei genitori e a mia sorella, abitavano con noi anche la nonna (papà la chiamava la "genitrice")
e alcuni dei miei dieci zii materni. Tutto questo per dirvi che sono cresciuto in mezzo a un
gruppo di napoletani antichi. Il loro modo di prendere la vita, di pensare, la loro lingua
ufficiale, le loro abitudini alimentari, tutto apparteneva a un mondo oggi praticamente
scomparso nella borghesia napoletana e tuttavia a me sempre molto caro. Ricordo con
tenerezza i grandi pranzi in occasione delle feste comandate, le benedizioni della
nonna con la palma della pace, le bottiglie di pomodoro fatte in casa, 'o pecuriello
portato vivo una settimana prima di Pasqua e poi ucciso tra le mie lacrime di bambino,
le "pizzelle" fritte fatte sparire, come si dice a Napoli, frienno magnanno ovvero
scippate e mangiate quando erano state appena tolte dalla padella e poste sul tavolo
di cucina.
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Ma guarda chi si rivede: Granelli,
corso vendite IBM febbraio '61, senese, compagno di camera e di banco. Non era cambiato per niente,
anzi, aveva pure lo stesso vestito, quello blu scuro col righino bianco. No, questo era impossibile:
probabilmente Granelli era uno di quelli che quando vanno in negozio finiscono con lo scegliere sempre
lo stesso modello.
"Come va?" disse Granelli. "Benvenuto a Palazzo."
"Grazie" rispose Luca. "Ma lo sai che nemmeno lo sapevo che lavoravi pure tu in sede?"
"Io in sede?! Caro Perrella, io ci sono nato in questo edificio. Non fo per dire, ma se non fosse per me
la pregiata ditta IBM ITALIA sarebbe già finita a puttane. Ricordati che il sottoscritto guarda, sorveglia,
scruta, e, senza che nessuno se ne accorga, alla fine decide. Per cui, se nei tuoi desideri c'è anche quello
di fare una rapida e brillante carriera, soltanto un consiglio ti posso dare: resta sempre amico del qui
presente ingegner Granelli."
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I Sette Savi erano ventidue e precisamente: Talete, Pittaco, Biante, Solone, Cleobulo, Chilone,
Periandro, Misone, Aristodemo, Epimenide, Leofanto, Pitagora, Anacarsi, Epicarmo, Acusilao, Orfeo,
Pisistrato, Ferecide, Ermioneo, Laso,
Panfilo e Anassagora.
La cosa non ci deve tanto meravigliare: i Savi riportati dai testi sacri sono così numerosi per colpa degli storici
della filosofia che non riuscirono mai a mettersi d'accordo sui nomi, o, per meglio dire, lo furono solo per i primi
quattro, e cioè per Talete, Pittaco, Biante e Solone (che per questo motivo dovrebbero essere considerati i titolari
della nazionale dei filosofi), mentre per le altre tre "maglie" sceglievano da una "panchina" di ben diciotto riserve.
Tra l'altro c'era sempre chi, nello scrivere questi elenchi, coglieva la palla al balzo e ci metteva dentro un amico.
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"La più alta concentrazione di artisti di tutti i tempi
la si ebbe in Grecia tra il 460 e il 430 a. C. durante la famosa età di Pericle..."
"L'amico di Achille?" dice Salvatore per mettersi in luce.
"Nossignore," sospira sconsolato Bellavista "quello era Patroclo. Salvato',
tu da un po' di tempo a questa parte non stai attento. Oggi non hai fatto altro che distrarti: prima ti sei
alzato perché volevi un caffè, poi perché avevi sentito un rumore nel cortile, e poi alla fine mi confondi
Pericle con Patroclo e mi salti sei secoli di storia come se niente fosse!"
"Chiedo scusa, professo'," risponde mortificato Salvatore "ma io sono rimasto impressionato da quel racconto
che ci avete fatto l'altro ieri. Ve lo ricordate? Quello di Achille che piange per Patroclo? Ebbe', volevo
dire che mi è sembrato strano che 'nu masculone come Achille potesse tenerci tanto per un travestito." "E
chi t'ha detto che Patroclo era un travestito?" "Voi, professo': da come ci avete raccontato la storia, mi
è sembrato di capire che tra Achille e Patroclo c'era, come si dice oggi, una tenera amicizia."
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Ho chiesto ad Apollo:
"Cosa debbo fare?".
E Apollo ha risposto:
"RIDI E FAI FOLLA GROSSA E COLTA".
Lì per lì non ho capito,
poi ho anagrammato,
e ne è venuto fuori:
"STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA".
Delfi, 11 settembre 1986
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Una famiglia non si sceglie: nasci e te la trovi intorno che ti sorride. Buoni o cattivi che
siano, i parenti non si possono permutare come se fossero auto. Io sono stato fortunato: erano
tutte persone di animo gentile.
Sono nato e cresciuto in una casa piena di gente. Quando ci riunivamo per il pranzo sembrava sempre che ci
fosse
una festa.
A capotavola, a impartirci due volte al giorno la benedizione con l'acqua santa, si piazzava la nonna materna.
Ci guardava per un attimo con l'occhialetto, per vedere se eravamo tutti attenti, e poi biascicava qualcosa in
latino che non sono mai riuscito a capire. [...] Alla sua destra si accomodavano mio padre, mia madre e mia sorella
Clara, e sulla sinistra i miei tre zii single: zio Luigi, zia Olimpia e zia Maria. All'altro capo della tavola stavamo
seduti io e Rosa, la mia balia ciociara. [...] Chi invece non mangiava mai con noi, ma in cucina, era la cameriera numero
due, continuamente sostituita perché sempre sospettata di aver rubacchiato.
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Appartengo a una generazione che non ha mai giocato agli indiani e cow-boy. Quali le ragioni non saprei
dirlo: sarà che negli anni Quaranta non erano ancora arrivati i film di John Wayne, o che Mussolini ci
spingeva di più verso la "classicità" che non verso il Far West, certo è che noi balilla, quando dovevamo
fare a botte, preferivamo dividerci in Greci e Troiani piuttosto che in Sioux e soldati del Settimo Cavalleggeri.
La prima guerra tra ragazzi di cui conservo memoria fu quella combattuta tra la quarta B e la quarta C del Liceo Ginnasio
Umberto I di Napoli in Villa Comunale. [...] Avevamo spade di legno e utilizzavamo come scudi i coperchi dei bidoni dell'
immondizia. [...]
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"Credi in Dio?"
"Certo che ci credo."
"Ma ci credi proprio per davvero?"
"Per davvero."
"E non hai mai dubitato, nemmeno una volta,
per un attimo solo?"
"In che senso?"
"Nel senso che ti è venuto, non richiesto, un pensierino del tipo: "E se poi non c'è nulla? E se tutto si conclude con la morte, e chi si è visto, si è visto?"."
"Oddio, certo che mi è capitato, come a tutti credo.
Però uno poi ci ragiona su, e si riconvince di nuovo."
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Rosa Grieco, anni quarantuno, da più di venti lavorava nel cinema: aveva cominciato come
aiuto-costumista in un "totò" degli anni Sessanta. Bei tempi quelli (per il cinema
italiano s'intende): si facevano duecento film all'anno e lavoravano tutti, da Fellini all'ultimo
dei macchinisti. I "totò" erano film cotti e mangiati, roba che si girava in tre, massimo quattro settimane,
e dove per i costumi non c'era mai una lira. Si andava a casa degli attori e si pescava nei guardaroba personali.
Rosa un giorno andò a casa di Alberto Sanna. Lui la guardò mentre attaccava un bottone e la promosse sul campo:
"Da domani sarai la mia sarta personale" le disse e da quel giorno se la tirò sempre dietro. Niente sesso,
sia chiaro, solo un rapporto di lavoro molto intenso e senza limiti di competenza. Nel caso di Rosa, infatti,
dire "sarta" era riduttivo. Lei, in pratica, gli faceva di tutto: lo vestiva, lo svestiva, lo lavava, gli
preparava da mangiare, lo imboccava, gli tergeva il sudore e lo difendeva dalle ammiratrici (anche quando
lui non avrebbe voluto). |
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Come si fa a non innamorarsi di Socrate: era buono d'animo, tenace, intelligente, ironico,
tollerante e, nel medesimo tempo, inflessibile. Di tanto in tanto sulla Terra nascono uomini di
questa levatura, uomini senza i quali noi tutti saremmo un po' diversi: penso a Gesù, a Gandhi,
a Buddha, a Lao Tse e a san Francesco. C'è qualcosa però che distingue Socrate da tutti gli altri
ed è la sua normalità di uomo. Infatti, mentre per i grandi che ho appena nominato c'è sempre il
sospetto che un pizzico di esaltazione abbia contribuito a tanta eccezionalità, per Socrate non
esistono dubbi: il filosofo ateniese era una persona estremamente semplice, un uomo che non
lanciava programmi di redenzione e che non pretendeva di trascinarsi dietro torme di seguaci.
Tanto per dirne una, aveva anche l'abitudine, del tutto inconsueta nel giro dei profeti, di
frequentare i banchetti, di bere e, se ne capitava l'occasione, di fare l'amore con un'etera. |
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Guardo una foto di quando avevo sedici anni e ne guardo una d'oggi. Dio, come sono cambiato! Poi mi chiedo:
ma quando è successo? Di notte? Mentre dormivo? E come mai il mattino dopo non me ne sono accorto? La verità è che
cambiamo al rallentatore, attimo dopo attimo, cellula dopo cellula, come le lancette dell'orologio che si muovono
anche se nessuno le vede muoversi. Panta rei diceva Eraclito, tutto scorre, e con il tutto anche la vita passa
senza che si possa far nulla per trattenerla. Sono voci e immagini che vengono dal passato. Si accavallano, si
mischiano, si confondono, si spintonano l'un l'altra per paura di sparire per sempre in un blob senza capo né
coda. Un po' di pazienza, prego: una alla volta per carità, e riuscirete tutte a parlare. Ninna nanna, ninna
nanna. Rosa, la balia di Frosinone. |
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"Bisogna avere in sé il caos
per partorire una stella che danzi."
Friedrich W. Nietzsche
Nella vita ho avuto modo di frequentare gli ambienti più disparati: da quello della IBM, dove l'Ordine è un abito
mentale indispensabile per fare carriera, a quello dello Spettacolo, dove il Disordine viene considerato un presupposto
per avere successo. L'esperienza, comunque, mi ha insegnato a usarli entrambi e senza mai assumere atteggiamenti preconcetti.
Proverò in queste pagine a illustrarne vantaggi e svantaggi.
Confesso che mi piacerebbe gettare giù le mie riflessioni a caso, così come vengono. Temo, però, che mi perderei per strada.
Sarebbe bene, infatti, che mi costruissi prima una scaletta, o quanto meno un piccolo elenco di argomenti da trattare. Potrei,
ad esempio, iniziare con l'Ordine e il Disordine in politica, proseguire con l'arte, l'amore e l'abbigliamento, e terminare
in bellezza con la filosofia... Ma, così facendo, terrei troppo a freno la fantasia. E allora decido di lasciarmi andare,
senza mai perdere di vista la tesi che intendo illustrare... Vabbe', ho capito: anche per parlare di Disordine ci vuole un
minimo d'Ordine.
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Quando avevo quindici anni la trovata di Odisseo di dire a Polifemo che si chiamava Nessuno mi entusiasmò a
tal punto che finii col chiedere a mio padre di cambiarmi nome: volevo anch'io essere chiamato Nessuno. Lui,
però, poco amante dei classici, mi rispose alquanto bruscamente: "Pensa piuttosto a diventare Qualcuno e non
mi scocciare!". [...]
Molti si chiedono com'è nata l'Odissea e chi ne sia stato l'autore. Ora noi, senza addentrarci nella "questione omerica",
né affrontare il problema se sia mai esistito un signore chiamato Omero, e se di Omero ce ne sia stato uno o più d'uno, di
una cosa possiamo essere certi: l'Odissea fu il serial televisivo dell'epoca. Detto in altre parole, che cosa facevano i
ricchi, la sera, dopo cena, nell'VIII secolo avanti Cristo? Niente di eccezionale: ascoltavano un cantautore, possibilmente
cieco, che, in cambio di un pranzo, o di qualche regalino, raccontava loro una bella storia a puntate. E chissà che il vero
motivo per cui Ulisse ci mise tanti anni a raggiungere Itaca non sia dovuto al fatto che, più tappe faceva, più pranzi
rimediava il suo cantastorie.
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Una famiglia non si sceglie: nasci e te la trovi intorno che ti sorride. Buoni o
cattivi che siano, i parenti non si possono né rottamare, né permutare. Io sono stato
fortunato: i miei erano tutte persone di animo gentile. Ovviamente sono nato in casa, e forse
anche per questo sono venuto fuori con un carattere allegro. I giovani d'oggi, invece, nascono
in clinica e di conseguenza hanno spesso un'aria sofferta, in particolar modo quando ballano.
D'altra parte bisogna capirli: una cosa è avere, come prima visione della vita, la faccia sorridente
di una zia, e un'altra quella seria e professionale di un dottore, o, peggio ancora, l'immagine di una
flebo che ti dondola
sulla testa.
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Che ci azzecca il Tempo con la Felicità? Apparentemente niente, in realtà moltissimo: tutti e due s'identificano
col presente, e il presente, non a caso, fa rima con "apparentemente" e con "niente". Ma procediamo con ordine.
Il Tempo è il presente, ovvero quel breve istante che separa il passato dal futuro. Ma se il passato non è più,
e il futuro non è ancora, lui, il Tempo, in quanto separazione tra due entità che non esistono, come fa a esistere?
Lo stesso si può dire per la Felicità. Essere felici vuol dire essere contenti del presente. Tutti, a parole, sono
convinti di essere stati felici in passato, e tutti sperano di essere felici in futuro; quando, però, si tratta di
riconoscere che si è felici proprio nel momento in cui ci si pone la domanda, ebbene, diciamo la verità, non tutti
ce la fanno.
Non esiste il passato, ma solo il presente del passato (che poi si chiama "memoria"). Non esiste il futuro, ma solo il
presente del futuro (che poi si chiama "speranza"). L'unico ad avere qualche probabilità di esistere potrebbe essere il
presente o, per meglio dire, il presente del presente (che poi, in ultima analisi, sarebbe "l'intuizione"). Rendersene
conto è già qualcosa.
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Vi do una notizia molto importante: ai tempi di Omero e di Socrate non c'era la televisione. Proprio così,
non c'era. E sapete che facevano i Greci la sera, dopo cena? Ascoltavano i miti. Convocavano un buon raccontatore,
possibilmente cieco, uno come Omero, appunto, e in cambio di un buon pasto gli facevano raccontare una storia.
Vi siete mai chiesti perché nell'Odissea Ulisse non riesca mai a trovare la strada di casa? Perché Omero aveva tutto
l'interesse a tirare per le lunghe la storia, il più possibile. Come a dire: io più lo faccio girare, a questo qui,
più dura la storia e più inviti a cena rimedio. Insomma, anche a quei tempi esistevano le telenovele e i serial.
Solo che i miti greci erano più belli. [...]
Se fermiamo gli italiani per strada e chiediamo loro chi erano Prometeo, Giasone e Protesilao, con ogni probabilità
finiremo col raccogliere solo risposte inesatte, se non addirittura boh di stupore. In compenso, però, i fermati
saprebbero dirci tutto su "Dallas", "Beautiful" e "Dinasty". Evidentemente c'è stato un cambio di guardia tra i
personaggi mitici: fuori Adone e Afrodite e dentro Ridge e Sue Ellen.
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Si chiamava Peppino De Matteis ed era il mio compagno di banco in quarta elementare. Un giorno mi prese
in disparte e mi comunicò la grande notizia.
"Lucia'," mi disse "le femmine sono diverse, non sono
come noi."
"E come sono?" chiesi io.
"Hanno la fessa e non hanno il pesce."
"La fessa?" "Sì, la fessa. Me l'ha fatta vedere mia sorella Assuntina. Se però glielo dico io, quella te la fa vedere pure
a te."
E fu così che a soli otto anni scoprii com'erano fatte le donne.
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Se c'è un luogo al mondo fatto apposta per pensare questo è la vasca da bagno. Basta restare al buio una
decina di minuti, nell'acqua molto calda, e aspettare: i pensieri arrivano da soli, in punta dei piedi.
È logico, quindi, che non ci devono essere in giro telefoni, radio o altri marchingegni del genere. Il
pensare esige il silenzio più assoluto ed è uno dei doni più belli avuti da nostro Signore. Con la fantasia
si può girare il mondo, avere avventure galanti e vivere altre vite, a volte anche migliori delle nostre:
basta restare immobili, chiudere gli occhi e lasciarsi andare. A quel punto tutto diventa possibile: ognuno
ha l'età che vuole, i soldi che gli servono, l'ammirazione del prossimo, e perfino le donne più belle del mondo,
e tutto questo gratis. Provare per credere. |
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A Roma, nella casa dove vive da anni, Luciano De Crescenzo scopre, dietro una libreria, una porta bianca e screpolata, di cui ignorava l'esistenza. Incuriosito, la abbatte e penetra in una stanza di venti metri quadrati, arredata con un lettino, un tavolo, quattro sedie e un armadio. Là prende l'abitudine di rintanarsi ogni volta che desidera rimanere solo; rimugina, almanacca, ragiona tra sé, e qualche volta legge; finché una sera si accorge di un fenomeno inatteso: in quella stanza il Tempo non passa. La cosa è strana; ma, a pensarci bene, non è almeno altrettanto strano quello che accade nel mondo a noi familiare - e cioè, che il Tempo passi? Se ci si è abituati a una situazione, ci si può abituare anche all'altra; e così Luciano De Crescenzo varca la soglia del mondo fantastico che gli si spalanca davanti, senza niente perdere della sua curiosità e della sua ironia; e non lo stupisce oltremisura neppure l'apparizione di Idem, suo doppio, o suo sosia, misteriosamente filtrato da un Universo Parallelo. Se, tutti insieme, i libri di De Crescenzo possono essere considerati un "dialogo filosofico" ramificato e ininterrotto, che ha luogo quasi sempre all'aperto, per le strade, i fori e le agorà di una città del Sud, in Idem gli interlocutori sono solo due - il protagonista e il suo Alter Ego -, e la loro lunga e conversazione si conclude, nelle ultime pagine, con una sorta di "viaggio agli inferi", nel ventre di una Napoli underground. Siamo davanti a un dialogo dell'autore con se stesso, che è anche un viaggio tra le ombre; ed è straordinario come neanche in questa discesa, o "catabasi", come dicevano i greci, De Crescenzo smarrisca la sua grazia aerea, l'affabilità e quel sorridente amore della vita che, riverberandosi da libro a libro, l'ha fatto amare, negli anni, da un così gran numero di lettori. |
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Il Medioevo è davvero, come tanti dicono, un'epoca buia? "Sì, ma chi è stato a spegnere la luce?" domanda candidamente Luciano De Crescenzo. E quali figure riuscirono, in quel buio, a essere originali e affascinanti? Santi o eretici, cristiani, ebrei o musulmani, i filosofi medioevali diventano in questo libro le occasioni di uno scintillante discorso contro ogni forma di superstizione. Da sant'Agostino a san Tommaso, da Abelardo a Guglielmo di Ockham, di tutti De Crescenzo racconta la vita privata e le intuizioni, gli atti di coraggio e di viltà, guidando il lettore tra barbari e streghe, monarchi spietati e disastrose crociate. È uno sguardo panoramico su un intero millennio di storia, lontana sì, ma molto meno di quel che siamo abituati a pensare. Nel suo stile limpido e confidenziale, De Crescenzo sottolinea sorridendo non solo i contrasti ma anche le somiglianze tra il nostro tempo e quei secoli burrascosi, insegna a riconoscere là le radici di problemi d'oggi. Ma soprattutto ha il dono di rendere chiari e appassionanti anche aspetti tormentosissimi del pensiero medievale, come il rapporto tra sessualità e fede, i misteri del Volto di Dio o la dottrina della predestinazione, spiegandoli con l'aiuto di irresistibili aneddoti della sua storia personale. Con questo libro, ideale seguito del bestseller Storia della filosofia greca, De Crescenzo conferma la sua vocazione di professore sui generis. "Credo di essere una di quelle scalette con soli tre gradini, che si trovano nelle biblioteche e che consentono di prendere i libri dagli scaffali più alti." |
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Improvvisamente, nel Quattrocento e nel Cinquecento, la "casa" in cui gli uomini abitavano diventò più grande e misteriosa. Si scoprì l'esistenza di un nuovo continente, l'America; e qualcuno intuì che la Terra non era il centro dell'Universo, ma un sassolino che volava in uno spazio i cui confini, se esistevano, non potevano che essere irraggiungibili. A questa dilatazione dello spazio si accompagnò una dilatazione del tempo: giacché l'Antichità, che non era mai stata dimenticata, cessò di essere il passato e diventò un modello vivo e vicino. Niccolò Cusano, Lorenzo Valla, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Leonardo, Erasmo, Machiavelli, Guicciardini, Copernico, Montaigne, Bacone, Campanella, Bruno, Galileo: le grandi figure intellettuali che De Crescenzo ci fa conoscere in questo nuovo volume della sua Storia delle filosofia furono dominate, almeno nella maggior parte dei casi, da un sentimento di entusiamo, come di chi veda allargarsi indefinitamente il raggio delle propria azione. Naturalmente dovettero combattere contro coloro che intendevano mantenere la vita degli uomini nei suoi vecchi, rassicuranti confini; e, come si sa, ci fu persino chi finì sul rogo. Ciononostante, lo stile di vita cambiava e diventava più libero: come si vide nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, lo scherzo, l'invenzione, il gioco, l'erotismo, le passeggiate e le conversazioni tra amici stavano riacquistando un'importanza che, dopo l'Antichità, non avevano più avuto.
Ecco un mondo - quello primaverile dell'Umanesimo e del Rinascimento - profondamente congeniale a De Crescenzo, e adatto ad accendere il suo estro affabile, quell'arte dell'aneddoto e del controcanto ironico che gli sono peculiari. Alla sua Galleria di idee e di personaggi, destinata ad arrivare sino ai nostri giorni, si è aggiunta dunque una nuova, bellissima "sala", che dovrebbe interessare particolarmente ai lettori italiani, giacché proprio nei due secoli a cui questo volume è dedicato l'Italia visse la sua epoca d'oro. |
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"Il mondo si divise in due emisferi distinti e separati: da una parte c'erano quelli a cui piaceva di più ragionare, e dall'altra quelli a cui piaceva di più credere." Così Luciano De Crescenzo presenta questo nuovo volume della Storia della filosofia, dedicato al Sei e al Settecento. Due emisferi, certo, ma il primo diventava ogni giorno più frequentato e formicolante, mentre il secondo andava rattrappendosi. Tutti amavano "ragionare", che credessero o no; e "ragionare" significava mettere da parte la tradizione, accettando come vero solo ciò che appariva evidente. Il metodo era quello del dubbio, che forse un tempo era sembrato una debolezza o malattia del pensiero, ma ora stava rivelandosi la sua forza. Cartesio ne fissò le regole, e sulla strada da lui aperta si incamminarono Hobbes, Pascal, Spinoza, Leibniz e tutti gli altri.
Nasceva una nuova filosofia, che aveva un suo modello, fornito dalla matematica e dalla geometria. Scrisse Spinoza nella sua Etica: "Considererò le azioni e gli appetiti degli uomini come se fosse questione di linee, di superfici e di corpi". Cambiava anche il panorama sociale: "Nel raccontare i filosofi dell'epoca moderna" dice De Crescenzo "ho notato che molti erano preti, che la maggior parte erano baroni, che avevano alle spalle almeno una nobildonna che li proteggeva, e che quasi tutti finirono i loro giorni in un castello".
Quel panorama cambiò ancora di più quando, nel Settecento, la scontro tra chi amava "ragionare" e chi amava "credere" - scontro che sino a quel momento aveva dato luogo a laboriosi e spesso lambiccati compromessi - sfociò in una battaglia aperta, senza quartiere. Voltaire, gli enciclopedisti, i "materialisti" diventarono protagonisti della vita sociale e cambiarono durevolmente il volto dell'Europa. Intanto, per merito di Locke, Hume, Berkeley, l'amore del "ragionare" aveva assunto in Inghilterra una sfumatura speciale, che fu chiamata "empirismo"; a Napoli, sconosciuto a tutti, Vico rifletteva su corsi e ricorsi; e, in un appartato angolo della Prussia orientale, Kant sigillava un'epoca e ne apriva un'altra con la sua riflessione radicale.
Tutta questa vicenda ricca e difficile è ricostruita da Luciano De Crescenzo con la grazia e la leggerezza, ma anche l'accurata precisione che i lettori dellasua Storia della filosofia ormai conoscono bene.
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C'è una filosofia che parte dalla Grecia e passa per Napoli. Una filosofia che ha due principi cardine: l'amore e l'ironia. Anche se i principi cardine, in genere, non è che le stiano molto simpatici. È la filosofia di Bellavista, che Luciano De Crescenzo ha accolto e fatto crescere in tanti anni di discorsi e riflessioni, di libri letti e libri scritti. E che ha condensato in queste pagine di pensieri in forma di aforisma.
Massime come: "Siamo angeli con un'ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati"; "Molti studiano come allungare la vita quando invece bisognerebbe allargarla"; "Al Niente preferisco l'Inferno, se non altro per la conversazione"; "Nessuno è più infelice di un guardone in un campo di nudisti"; "Due rette parallele s'incontrano solo all'infinito, quando ormai non gliene frega più niente"; "Sono affetto dal Dubbio Positivo. Ho sostituito il verbo 'credere' con il verbo 'sperare'".
Socrate partenopeo, Pascal affabile, a quasi trent'anni dal successo di Così parlò Bellavista l'ex ingegnere dell'ibm è diventato un saggio che sa non prendersi sul serio, un moralista brillante e indulgente, troppo innamorato della vita per parlarne male. In questo libro ha raccolto tutta la sua filosofia in 365 pensieri: pillole agrodolci da leggere una al giorno o tutte insieme, con l'unica controindicazione di ritrovarsi, mentre si sorride, a pensare.
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